Ansia: etimologia, fenomenologia e Terapia Centrata sul Cliente (TCC)

Ansia, angoscia e paura: etimologia e fenomenologia

I termini ”ansia” e “angoscia” (Borgna, 2005, pp. 17-18) sono essenzialmente assimilabili da un punto di vista etimologico, infatti, entrambi derivano dal latino angere , che significa “angustia”, “stringere”, “strettezza”. Il termine angoscia designa “il senso di soffocamento, di oppressione, che genera agitazione, affanno; difficoltà di respirare” e per estensione: “Sofferenza, fisica o morale, acuta, tormentosa in cui l’uomo teme di soccombere; preoccupazione assillante che non dà respiro, inquietudine, ansia ossessiva”. Nell’angoscia l’essere si sente minacciato nella sua esistenza senza saperne bene le cause o senza poter provvedere ai rimedi: differisce dunque dall’ansietà, che è più intellettualizzata e mescolata alle rappresentazioni mentali e dal terrore, prodotto dalla consapevolezza di un pericolo determinato”.

Personalmente ritengo che l’angoscia rappresenti uno stato più grave dell’ansia: mentre nell’esperienza ansiosa esiste ancora uno spazio all’interno del quale il movimento, inteso come flusso emotivo e pulsionale, può ancora legarsi a qualcosa, nell’esperienza angosciosa non esiste più spazio interno che permetta all’Io di “sostenersi”, ma viene totalmente sopraffatto e soffocato dai potenti vissuti presenti nella persona che ne soffre.

Seguendo le parole di Borgna: “L’ansia indica in questo orizzonte di comprensione fenomenologia un’esperienza improvvisa o continuata, di spaesamento e di inquietudine (di sventura imminente), che ha in se un qualcosa di indeterminato e di liberamente fluttuante […]L’ansia si definisce, così, come un esperienza (come una emozione) chiaroscurale e crepuscolare, radicata nel terreno enigmatico ed imprevedibile (non calcolabile) della condizione umana…inafferrabile e camaleontica nella sua insorgenza e nella sua scomparsa, nella sua indecifrabilità e nella sua terrificante forma di apparizione.” (Borgna, 2005, p.25)

L’ansia, analizzata fenomenologicamente, sembra fissare ciascuno di noi al passato e farci vivere il futuro come ripetizione del passato: da un’esperienza trascorsa e rimembrata d’angoscia non può se non sgorgare, in alcune situazioni di radicale sofferenza, un futuro divorato dal pericolo (reale o immaginario). Il passato non può essere oltre-passato e non può essere liquidato e nuovi compiti non possono essere assunti. Senza una recuperata libertà dal peso troppo opprimente dei ricordi e senza la possibilità di indirizzarsi verso nuovi orizzonti di vita e di esperienza, la nostra esistenza si immobilizza nelle sabbie inerziali del passato, del passato segnato dal terrore.

L’ansia può avere anche un valore creativo, infatti, le situazioni d’ansia, almeno in alcuni casi, accelerano le associazioni e fanno lievitare l’immaginazione e la fantasia, l’attenzione e la captazione delle idee. L’ansia fa parte della vita, del mondo della vita ed è premessa alla maturazione emozionale di ciascuno di noi, delineandosi, talvolta, nei suoi aspetti più scintillanti, come in alcune esperienze creative.

Una componente importante dell’ansia è la paura che si configura come un’ “emozione che si determina in relazione con situazioni o nei confronti di persone avvertite come minacciose, pericolose o tali, comunque, da compromettere più o meno gravemente la sicurezza o la vita stessa,​ indipendentemente dalla realtà oggettiva e dall’effettiva gravità della minaccia; vi concorrono stati d’animo di turbamento, apprensione, inquietudine, smarrimento, ansia che insorgono repentinamente o progressivamente nell’animo in relazione con le circostanze secondo cui si determina o è avvertita la minaccia (e si manifesta per lo più con reazioni fisiche, come sudorazione, palpitazione, respirazione affannosa ecc., e di comportamento come impulso alla fuga, ricerca di protezione, di un nascondiglio, ecc.); spavento, panico, terrore”. (Borgna, 2005, p.18).

Il senso di un approccio olistico e “complesso” nei confronti della persona che soffre d’ansia

Uno degli aspetti, a mio avviso fondamentali, della teoria e pratica delle Terapia Centrata sul Cliente è di non considerare un fenomeno da un solo punto di vista e di tentare di non ridurre ciò che si studia, nel caso della psicoterapia la persona, ad una concezione lineare di casualità, ma di fornire valore e senso alla complessità umana. La complessità si manifesta sempre come difficoltà e come incertezza, non come chiarezza e come risposta: una complessità, dunque, non più considerata come “complicatezza” negativa, ma nella sua natura olistica, mai riconducibile alla mera somma delle sue parti. Attraverso il contributo di Carl Rogers, la psicoterapia ha subito un forte slittamento da un sapere incentrato, per così dire, sulla mente, ad un sapere centrato sulla persona, una persona che è nel mondo e che si comporta e si atteggia con un Sé dialetticamente teso fra esigenze di unità e di molteplicità che sottostanno ad ogni forma di possibile cambiamento.

Terapia Centrata sul Cliente (TCC) e terapia dell’ansia

Non è possibile dunque conoscere cosa sia una condizione d’ansia se non muovendo dal mondo interiore e dai significati che la persona stessa attribuisce alla sua particolare forma d’ansia, dalla soggettività di ogni cliente/paziente, dal modo in cui egli/ella vive e ri-vive la sua ansia e non l’ansia in generale. Tutto ciò sposta il discorso conoscitivo e diagnostico dal piano della semplificazione al piano della comprensione di strutture di significato complesse.

Per la TCC, più l’individuo è consapevole del proprio funzionamento e della propria natura, più potrà usare queste informazioni per adattarsi all’ambiente circostante. Nel caso in cui la persona si percepisca molto diversa da come essa è in realtà, oppure non si percepisca affatto, allora, per garantirsi la sopravvivenza, dovrà sacrificare alcuni dei suoi bisogni e si adatterà al suo mondo non tanto seguendo le sue reali potenzialità, ma secondo ciò che si aspetta da sé stessa di dover essere.

Una delle variabili più importanti da approfondire durante il processo psicoterapico che abbia il fine di aiutare una persona che soffre d’ansia è quella di mettere la persona nelle condizioni di vivere la propria esistenza non più esclusivamente sulla base del “dover essere” in un certo modo, magari appreso all’interno del proprio sistema familiare e/o all’interno del contesto sociale in cui vive, ma, gradualmente, aiutandola ad avvicinarsi al suo “vero sé”, a ciò che sente veramente di essere e di conseguenza iniziare a operare le scelte importanti per la propria vita in maniera coerente e congruente a ciò che sente dentro di sé.​

Bibliografia

Borgna, E. (2005), Le figure dell’ansia, Feltrinelli, Milano.

Rogers, C. R., (1942), Counselling and psychotherapy , Houghton Mifflin Company, Boston, trad. it., Psicoterapia di consultazione , Astrolabio, Roma, 1971.

Rogers, C. R., (1951), Client Centered Therapy; its current practice, Implication and Theory , Houghton Mifflin, Boston, trad. it., Terapia centrata sul cliente , La Nuova Italia, Roma, 1997.

Rogers, C. R. (1961), On Becoming A Person, A Therapist’s View of Psychotherapy , Houghton Mifflin Company, Boston, trad.it. La terapia centrata sul cliente , Martinelli, Firenze, 1970.

Rogers, C. R., Kinget, M., (1966), Psychothérapie et relations humaines. Théorie et pratique de la thérapie non-directive (2 tomes.) , Nauwelaerts, Paris/Louvain, trad. it., Psicoterapia e relazioni umane , Boringhieri, Torino, 1970.

Rogers, C. R. (1970), La terapia centrata sul cliente , Martinelli, Firenze, titolo dell’opera originale che costituisce parte di questo libro: Rogers, C. R., (1961), On Becoming A Person, A Therapist’s View of Psychotherapy , Houghton Mifflin Company, Boston.